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SEMIGIURIDICHE RIFLESSIONI D’EMERGENZA:  QUEL NON FACILE EQUILIBRIO TRA MONDO REALE E VIOLAZIONI ASTRATTE

SEMIGIURIDICHE RIFLESSIONI D’EMERGENZA: QUEL NON FACILE EQUILIBRIO TRA MONDO REALE E VIOLAZIONI ASTRATTE

di Stefano Trubian

E’ giunto, rapido, come le saette di Zeus, cogliendo tutti di sorpresa. Chi avrebbe dovuto, anche giuridicamente, prevedere e chi no, seminando un tale scompiglio che mai si era visto dai tempi del secondo conflitto globale.

Non c‘è settore che non ne abbia risentito, e il mondo del diritto – che altro non è se non il negativo di ciò che accade in una determinata società – non poteva certo fare eccezione. Ed in effetti non l’ha fatta.
Agli occhi attenti dei giuristi raffinati non era del resto sfuggito sin da subito che sarebbe stata una gran bella gatta da pelare sul piano del diritto positivo.

Già in esordio, in quell’infinito susseguirsi di situazioni emergenziali, con gli animi di tutti che ancora accompagnavano i feretri transitanti dentro i camion militari (che Dio ce li risparmi per l’avvenire), la complessa problematica che ha accompagnato l’emanazione dei noti d.p.c.m., atti monocratici sprovvisti di controfirma presidenziale, poteva di per sé bastare per comprendere che tutto rispetto al prima era stravolto. Che rodati istituti giuridici, pianamente applicati per decenni in “tempo di pace”, sui quali si erano profuse incalcolabili ore di illuminato studio, erano stati anch’essi spazzati via in un sol colpo dal poseidiano maremoto; per nulla attagliandosi, all’evidenza, all’imprevista era Covid. Che vi era necessità insomma di ragionare in modo nuovo, accorpando in un unico spazio mentale insopprimibili garanzie costituzionali ed obbligate elasticità e celerità di intervento.

Né il futuro prossimo lascia presagire meno impegnative riflessioni di “Costituzione applicata”, nell’improbabile speranza che Piero Calamandrei – inarrivabile quel suo discorso agli studenti milanesi declamato nel salone degli Affreschi – non abbia a risentirsi dei suoi successori.

Nel campo del diritto sanzionatorio penale, spauracchio ed illusoria panacea dei torti di ognuno, ma non di meno nelle altre branche dell’ordinamento, la sfida – più che titanica attesa la diffusione del virus – pare sommessamente a chi scrive sia quella di avvicinare quanto più possibile l’umanità alla norma. O meglio la norma all’umanità.

Ben inteso, che ciò accada nella totalità dei casi, con le lame dei bisturi delle singole Procure che si muovono doverosamente libere ed indipendenti l’una dall’altra, sotto la comprensibile spinta di migliaia e migliaia di famiglie a loro volta sfregiate dal virus, credo sia di fatto impossibile.

Né miglior sorte toccherebbe al Paese qualora (ammesso e non concesso che una siffatta operazione risulti praticabile senza cozzare contro l’invalicabile muro in cemento armato dei diritti fondamentali scolpiti nella Carta costituzionale e nella Cedu) l’attuale legislatore optasse per una dubbia liberatoria generalizzata delle condotte poste in essere durante il trimestre dell’emergenza pandemica. Le norme per definizione non sono abiti sartoriali, ma prodotti caratterizzati da generalità ed astrattezza.

In ambedue i casi, dunque, il concreto rischio che un nutrito numero di sfortunati possa subire torti ulteriori oltre a quelli del Covid è di fatto ineliminabile realtà, del pari a quella per cui anche in fase 2 il virus continua a circolare ma non per questo si ferma la ripartenza.

Con il ché, relegate al rango di sparute ipotesi poco più che scolastiche le accuse di epidemia dolosa di cui all’art. 438 del codice Rocco e, ad avviso, pure quelle di epidemia colposa ex art. 452 c.p. (posto che, come recentemente ricordato dalla Suprema Corte, anche quest’ultima fattispecie non pare configurabile in forma meramente omissiva, presupponendo l’attivo spargimento di germi patogeni), non resta che augurarsi una attenta, equilibrata, coscienziosamente guidata, valutazione circa le ben più probabili contestazioni di lesioni colpose aggravate, piuttosto che, nei sinistri nefasti, di omicidio colposo.

In ogni caso non sarà facile, come si accennava, fare i conti col nostro soggettivo senso del “giusto”, distinguere il possibile dell’impossibile, il doveroso dall’ultroneo, la manifesta negligenza di chi aveva l’obbligo di evitare un evento dall’inammissibile profittare di alcuni.

Nella impervia rotta che dovrebbe condurre il vascello fuori dalle nebbie una stella polare, ad opinabilissima idea, comunque c’è.

Come scriveva l’illustre padre costituente fiorentino nel suo indimenticato “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”, raccontando il caso di una domestica assolta da un presidente di Corte d’Appello prima del tempo: quell’uomo ha violato le regole dalla camera di consiglio, ma ha rispettato le leggi dell’umanità. Perché Giustizia vuol dire umanità. E l’umanità comanda di non prolungare, per farisaico ossequio alle forme crudeli, il dolore dell’innocente.

L’Umanità comanda, appunto.  Solo così, tutti insieme, ciascuno per la sua parte, la toga dignitosamente sulle spalle, eviteremo di alimentare la tanto temuta “seconda ondata”.

Perché i virus son di tante specie, ma son tutti senz’anima.

 

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